Il laureato in archeologia che forgia coltelli. “Recupero la tradizione secolare del gobbo abruzzese”

La passione per i coltelli, Lorenzo Pasquini, se la porta dentro da quando era bambino. Non se lo sa spiegare il motivo, fatto sta che ora, a 32 anni e con una laurea in Beni Culturali a indirizzo Archeologia, sta trasformando l’interesse atavico per questi utensili in un lavoro. Ha costruito da sè la sua officina ricavandola da una rimessa rurale dell’ 800 vicino casa, a Lanciano, in Abruzzo. Ed è lì che tra mole, forge e lucidatrici realizza coltelli artigianali e in particolare il tradizionale gobbo abruzzese.  

Lorenzo, innanzitutto, spiegaci cos’è il gobbo…
«Il gobbo è un coltello di forma particolare, con un manico derivato dal corno del bovino e una lama che termina acuminata e molto tagliente e affusolata. Somiglia a un coltello sardo, ma rispetto a quello ha in più la molla nel dorso che permette la ritenzione in fase di apertura e chiusura. Il gobbo abruzzese trae le proprie origini attorno alla seconda metà del ‘700 e riprende la forma da coltelli diffusi nello Stato della Chiesa: gli artigiani abruzzesi lo hanno rivisitato aggiungendovi alcuni dettagli ed eliminandone altri».

Come hai imparato a costruirlo, hai seguito maestri artigiani?
«Sono stato solamente 2 volte, nel 2006, nella bottega di Antonio Rossi a Loreto Aprutino, unico coltellaio abruzzese che era ancora in attività, anche se lo faceva per hobby, perché il mestiere l’aveva cessato nel 1974. Quindi ho comperato dei pezzi e ho visto alcuni suoi video online e mi sono messo all’opera, ricavando un metodo che ho perfezionato e riportando in vita il gobbo, la cui tradizione ormai sta sparendo».

Quindi sei praticamente autodidatta…
«Sì, mi sono documentato con riviste di settore e mi sono dato da fare. Però ho anche conosciuto un artigiano in piena attività, Nino Nista, molisano che lavora a San Benedetto del Tronto: mi ha mostrato una fase fondamentale per me che consiste nell’aggiustaggio meccanico della lama a contatto con la molla. Ci ho messo 3 anni per perfezionare questo tipo di aggiustaggio con una tecnica elaborata ad hoc per me».

Come ti sei creato invece il tuo laboratorio?
«Ho sistemato due banconi in un’antica rimessa agricola di fronte casa, ho assemblato da solo una forgia, una segatrice a nastro, diverse mole in pietra e una lucidatrice, ma anche molti arnesi come martelli, lime e seghetti. Ho realizzato da me persino i banconi, ricavandoli da una grande edicola di metallo che si trovava in una chiesa sconsacrata e che era stata buttata per strada».

Quanti coltelli riesci a produrre?
«Considerando che svolgo l’attività di vendita da soli due anni e che parallelamente svolgo altri lavori per mantenermi, se mi è richiesto riesco a produrre, specialmente nel tempo libero e di notte, circa 15-20 pezzi in un mese. In questo momento ne ho 7 in costruzione tra cui una novità: un coltello con blocco della lama che è una varietà storica derivante dal coltello romano, simile al coltello del “Terribile” in Romanzo Criminale, giusto per intenderci…».

Chi è il tuo cliente tipo?
«Per ora il mio pubblico è composto da appassionati di coltelli tradizionali e collezionisti, ma anche da chi desidera avere con se un coltello realizzato a mano, che costruisco su richiesta anche con fodere di cuoio, che lavoro da solo».

E le materie prime dove le prendi?
«Quasi sempre lavoro acciaio di recupero che traggo da ammortizzatori, elementi di macchinari agricoli e industriali o vecchi utensili fuori uso. i corni che utilizzo per i manici in parte li avevo presi in un mattatoio che ora non c’è più, allora li faccio arrivare da una ditta importatrice. Le zanne di cinghiale, invece, me le hanno procurate amici cacciatori; mentre il cuoio mi è stato in parte regalato da un amico pellettiere e in parte l’ho acquistato».

Ma in quanto a spese, per avviare l’attività quanto hai dovuto preventivare?
«Tra levigatrice e segatrice a nastro comperate circa 1500 euro, tutto il resto l’ho recuperato. In questo settore è normale costruirsi gli arnesi da sé, sia perché conosci bene come sono stati realizzati, e poi per contenere i costi. Per le materie prime, un foglio di cuoio di circa un metro e mezzo per lato costa una ventina di euro; una barra di acciaio prelavorato 100x15x3 mm una decina di euro».

Tu però sei laureato in Archeologia. Quale valore aggiunto ti dà il tuo titolo?
«Sin dall’inizio la capacità di capire ciò che leggo: ho studiato anche archivistica e spulciando documenti storici trovo dettagli che mi servono in bottega. Ho consultato riviste di settore specifiche e antiche in cui c’erano immagini storiche di alcune tipologie di coltelli per scovarne la forma. Anche il Web è utile, ma l’università mi ha dato gli input e una buona metodologia di ricerca.

Ma non volevi fare l’archeologo?
«L’ho fatto mentre studiavo, ma poi ho dovuto abbandonare e mi sono messo a lavorare, ho fatto un po’ di tutto. Sono stato anche insegnante di italiano per stranieri e spiegavo agli studenti termini meccanici. Comunque, se anche ora fossi archeologo, farei ugualmente il coltellaio, piuttosto la notte rinuncerei a dormire, ma non a costruire coltelli».

Come lo vedi oggi l’artigianato?
«Noto con sorpresa che molti giovani vi si stanno avvicinando, specialmente in Abruzzo. Molti riprendendo le aziende artigiane di famiglia, ma non solo».

E tu come ti promuovi?
«Vorrei che l’attività diventasse il mio lavoro principale: ho un sito con cui mi faccio conoscere e sto iniziando a partecipare a fiere locali ed eventi».

Redazione

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