Le scarpe su misura di Olivia, l’artigiana che progetta le calzature sulla personalità del cliente

olivia monteforte artigiana scarpeLa sua bottega è un po’ come un caffè filosofico, le forme delle calzature che crea portano il nome dei suoi clienti. Quando racconta il proprio percorso, Olivia Monteforte – 34enne di Pesaro con una laurea magistrale in Filosofia e artigiana e designer di scarpe su misura – trasmette quella magia che solo chi ama il proprio lavoro sa comunicare. Quel mix di trasporto e consapevolezza che è parte di chi ha sentito il bisogno di avvicinarsi proprio a quel determinato mestiere, come si trattasse di un’urgenza, e ne conosce la fatica e la soddisfazione. D’altronde, la passione per le scarpe su misura, per Olivia, è nata da un’esigenza personale.
Olivia, qual è stato il tuo primo contatto con il mondo della scarpa su misura artigianale?
«L’idea di fare le scarpe da sola è nata da un bisogno e il fatto di scegliere di trasformarla in un lavoro è stato un gesto di consapevolezza. È iniziato tutto durante gli anni universitari, ho studiato ad Urbino, una città che ti richiede di camminare molto per salite e discese e in qualsiasi condizione atmosferica e io non ero mai soddisfatta delle mie scarpe e così un giorno ho detto “basta! Devo farmene un paio da sola che racchiudano tutte le mie esigenze!”. Pesaro però non rientra nel distretto calzaturiero marchigiano e trovare chi potesse aiutarmi nell’impresa non è stato facile, poi ho incontrato un artigiano del cuoio che mi ha aperto le porte della sua bottega. Nel momento in cui ho avuto la possibilità di entrare in un laboratorio artigiano e di provare quel tipo di vita ho conosciuto una sensazione di benessere mai provata. In quel periodo mi ero appassionata agli studi alchemici di Jung e quando indossavo il camice, sentivo il profumo del cuoio e iniziavo a creare mi sentivo un alchimista anche io. Qualcosa stava cambiando, il desiderio di crearmi un paio di scarpe si stava trasformando in molto di più: da un foglio di pelle e di cuoio io potevo creare un oggetto d’uso che era anche un oggetto d’arte, finalmente esperivo quello che fino a quel momento avevo solo studiato. Da quel momento ho inseguito quella sensazione di benessere e pienezza e ho scelto di crearmi una formazione tecnica che mi permettesse di eccellere in quello che volevo diventare: un’artigiana e una designer di scarpe su misura».

Dove e come hai imparato il mestiere e in quanto tempo?
«Dopo l’esperienza nel laboratorio del cuoio di Pesaro, sentivo il bisogno di organizzare la mia formazione nel modo più completo possibile. Non avevo molte conoscenze in materia e la prima mossa è stata quella di frequentare (parallelamente alla stesura della tesi) un corso di Design Calzaturiero al Cercal di San Mauro Pascoli. Quello è stato decisamente il primo passo nel mondo delle scarpe e il trampolino di lancio verso il mio primo lavoro a due mesi dal diploma… E dalla mia laurea in filosofia! Il mio obiettivo era quello di realizzare una scarpa seguendo tutto il processo produttivo, ricerca stilistica compresa, quindi la fase successiva alla scuola non poteva essere altro che un’esperienza in fabbrica dove avrei potuto vedere tutte le fasi di lavorazione. Ho scelto di lavorare per un calzaturificio toscano caratterizzato dall’attaccamento alla tradizione e dallo sguardo verso il contemporaneo. Producevano anche scarpe su misura avvalendosi delle ultime tecnologie e questo mi affascinava moltissimo».olivia monteforte scarpe

Com’è stata l’esperienza?
«Sono entrata in azienda come modellista il mio percorso si è evoluto in responsabile di campionario e messa in produzione. Questo mi ha permesso di avere un ruolo estremamente dinamico e di essere costantemente a contatto con la proprietà, gli stilisti, i fornitori e con ogni operaio della fabbrica. Ognuno di loro era per me una fonte preziosa di conoscenza a cui anelavo. Osservavo gli operai meticolosi e cercavo di cogliere i loro movimenti, la loro manualità, quanto più possibile. Se finivo prima il lavoro mi rendevo disponibile in ogni reparto per aiutare e imparare quei movimenti. Lavoravo e studiavo con un entusiasmo che non faceva sentire la stanchezza».

E dopo cos’è successo?
«Dopo quasi quattro anni ho scelto di tornare a Pesaro, il percorso nel mondo delle scarpe era iniziato per realizzarle a mano e su misura, e per quanto l’esperienza in fabbrica mi avesse arricchita, gratificata ed entusiasmata, era arrivato il momento di tirar fuori tanto coraggio e licenziarsi. Ma prima dovevo essere preparata per il mio rientro in una zona in cui nessuno sa fare le scarpe, sapevo che le conoscenze che avevo non sarebbero bastate, perché a Pesaro sarei stata sola a condurre il lavoro e per quanto avessi “rubato con gli occhi” non avevo ancora imparato a “fare con le mani”. La mia formazione doveva diventare più concreta e responsabile e diversamente da quando avevo iniziato, avevo delle competenze che mi rendevano credibile agli occhi dei professionisti che contattavo per migliorarmi. È grazie ad uno di loro se ho conosciuto un maestro artigiano che ha creduto in me e mi ha ritenuta degna dei suoi insegnamenti. Senza pensarci un secondo ho affittato un locale, comprato macchina da cucire e scarnitrice, che ho imparato ad usate grazie alle lezioni di un’amica molto esperta, e ho iniziato a dividere il mio tempo post fabbrica tra il mio nuovo laboratorio e quello del maestro. Al mio rientro a Pesaro avevo già solide basi e dovevo solo perfezionare la tecnica; i viaggi in Toscana dal mio maestro erano regolari e fondamentali per andare avanti in una dimensione sempre più indipendente. Dal primo passo nel laboratorio di Pesaro ad oggi sono passati undici anni, dieci dei quali, pur lavorando, dedicati alla mia formazione (che non si fermerà mai!)».

Come ti definisci?
«Quando è nato il brand, ho sentito il bisogno di qualificarmi e mi sono definita Artigiana e Designer di scarpe. Questo perché il termine calzolaio viene associato molto di più alle riparazioni e non contiene in sè il mondo legato alla ricerca stilistica e alla personalizzazione, mentre il mio leitmotiv si basa proprio su questo. La formazione universitaria è una presenza costante nel lavoro: mi permette di cogliere in modo attento non solo le esigenze tecniche e anatomiche della persona, ma anche parte del suo essere».

Hai un tuo laboratorio?
«Il mio laboratorio oggi è sotto casa, è nato due anni fa e al suo interno ho tutto ciò che occorre per essere autonoma nel mio lavoro. Nel 2017 aprirò finalmente l’atelier/laboratorio a Pesaro».

Che investimento hai dovuto effettuare per poterti dedicare alla tua attività, tra macchinari, strumenti, materie prime?
«Ho scelto un lavoro che richiede pazienza e tempistiche molto lunghe, il mio primo investimento è stato nel tempo che ho dedicato alla mia formazione e all’organizzazione dell’impresa. Dal punto di vista economico, invece, ho acquistato i primi macchinari con il mio stipendio quando lavoravo in un’azienda toscana come responsabile del campionario e della messa in produzione».

Ritieni che la tua laurea in Filosofia possa offrire valore aggiunto al tuo mestiere artigiano e se sì in che modo, nel concreto?
«La formazione filosofica traspare dall’impostazione che ho dato al mio lavoro e le mie capacità critiche mi hanno permesso di costruire un piano di formazione dettagliato e complesso. Per far comprendere concretamente ciò che intendo credo sia fondamentale spiegare in cosa consiste il lavoro, che va decisamente oltre la costruzione di un paio di scarpe. Il mio concetto di “su misura” è strettamente legato a quello di cura di sé e dell’altro, come soddisfazione reciproca di necessità. Siamo abituati a scegliere attingendo da scelte altrui, uniformandoci tralasciando in parte la nostra identità. Con il mio approccio al lavoro sto cercando di cambiare questa traiettoria facendo partire la scelta da se stessi. Il cliente è al centro della progettazione, le scarpe che indosserà dovranno essere lo specchio del suo essere, per questo non ho un campionario da mostrare, nel laboratorio ci sono solo prove, prototipi dei modelli che nascono ex novo per ognuno e che creo in stretta collaborazione con chi dovrà indossare le scarpe. E questo “spiazza” chi viene da me pensando di scegliere da un catalogo, mi dicono che non sanno immaginarsi quello che vogliono e dopo le prime volte ho capito che dovevamo partire dalla sensazione che si vuole quando ci si immagina con quelle scarpe. Nascono così incontri meravigliosi che mi arricchiscono e mi formano. In qualche modo l’inizio della progettazione nasce da una sorta di caffè filosofico in cui il mio ruolo è quello di tradurre la personalità del cliente in scarpe. La traduzione è fatta di bozzetti in cui propongo modello, forma, pellami e suola, tutti aspetti di cui discuto con il futuro/a indossatore/indossatrice e una volta espressa la prima scelta si procede con il mezzo paio di prova che perfezioneremo sempre insieme. La forma è personalizzata e porta il nome di chi l’ha scelta. Le materie prime sono il frutto di una ricerca continua e scrupolosa, la tecnica con cui le costruisco e il riuscire a tirar fuori la sensazione desiderata sono l’espressione del mio essere e della mia formazione universitaria. Ogni scarpa, come ogni individuo, è unica e in divenire: oggetto d’uso che si eleva oggetto d’arte nel momento in cui viene indossata e contestualizzata».

Quali difficoltà hai incontrato e incontri nel tuo lavoro?
«Ho vissuto in modo positivo e costruttivo ogni difficoltà che si è presentata, trasformandole ogni volta in opportunità. É un lavoro complesso le difficoltà si incontrano tutti i giorni, basti pensare che le scarpe sono due e devono essere uguali nonostante i circa duecento passaggi di lavorazione! Comunque, se devo pensare a degli esempi, posso dirti che la prima difficoltà è fare questo lavoro al di fuori del distretto calzaturiero e la seconda è stata trovare un locale che mi rappresentasse».

Cosa dicono genitori e amici della tua scelta?
«All’inizio nessuno aveva preso seriamente la mia volontà di fare scarpe, effettivamente appariva distante da quello che sembrava poter essere il mio futuro, ma quando mi sono iscritta al Cercal, per di più durante la stesura della tesi, e hanno visto quanto tempo ero disposta a dedicare alle scarpe è stato chiaro per tutti che non poteva essere solo un hobby passeggero. In quel momento sono nati i miei primi follower!!! Avere il sostegno delle persone che stimi e a cui vuoi bene è una fonte inesauribile di energia e forza».

Mondo della filosofia e mondo del lavoro manuale sono piuttosto distanti: come ti vedi nel futuro e quali sono i tuoi progetti e quale è il tuo sogno nel cassetto?
«Filosofia significa amore per il sapere… E io a questo ho aggiunto solo un “fare”! Al momento sto lavorando per l’apertura dell’atelier/laboratorio che sarà nel 2017, sento forte l’esigenza di uno spazio che rappresenti in modo immediato il mio lavoro, il mio essere e anche il connubio tra filosofia e artigianalità che emerge dall’approccio al lavoro».

Come promuovi la tua attività? Quanto conta il digitale?
«Racconto la mia realtà con le immagini, attraverso i social, per essere conosciuta e riconosciuta, perché credo che a nulla valga essere bravi, capaci e competenti in un lavoro antico se non lo si sa trasmettere con il linguaggio contemporaneo. Il passaparola è ancora un elemento fondamentale, ma non è più sufficiente. Per questo, mi sono preparata per essere competente nella gestione della mia pagina Facebook, profilo Instagram e LinkedIn, e sono diventata un’artigiana di Italian Stories. Queste sono le mie vetrine e i miei storici, tutte le persone interessate al mio lavoro possono vedere cosa ho fatto e cosa so realizzare, esperienza che paradossalmente non possono vivere in laboratorio, perché ogni scarpa, appena realizzata, è consegnata al cliente e, come ti dicevo, prototipi a parte, non ho un campionario da mostrare».

Author: Elisa Di Battista

Giornalista, classe 1982, mi occupo di mondo del lavoro, giovani e artigianato.

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1 comment

  1. lettorepercaso 07/08/2016 at 18:30 Reply

    Titolo originale dell’Articolo: ” Le scarpe su misura di Olivia, l’artigiana che progetta le calzature sulla personalità del cliente”.

    Io aggiugerei: ” Attività artiganale con una base di sapere scientifico filosofico applicata alla progettazione di calzature calibrata alla personalità del cliente”.

    E, dato che si parla di ” personalità del cliente”, aggiungerei al “sapere scientifico filosofico”, la “progettazione calibrata alla personalità psichica del cliente”.

    Pertanto: sapere filosofico e psicologico insieme, mirati alla gratificazione del cliente.
    Quindi : Alta professionalità individualizzata al singolo cliente.
    Complimenti, auguri!!

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