Nella bottega del laureato ceramista: “Come ho trasformato il mio sogno nel mio mestiere”

luca canavicchio
Luca lo sapeva sin dall’inizio, che voleva diventare ceramista. In fondo, l’arte è sempre stata la sua passione e quello di artigiano è un mestiere che ha sempre svolto, tra un esame e l’altro durante gli anni dell’università, iscritto corso di Storia dell’Arte. Luca Canavicchio ha 38 anni e lavora nel proprio laboratorio a Borgo San Lorenzo (Firenze), tra ceramica e sculture.

Dalla laurea alla lavorazione della ceramica: da dove nasce questa scelta?
«In realtà quello di fare l’artigiano è stato da sempre il mio sogno al punto che già negli anni dell’Istituto d’Arte lavoravo in una bottega come decoratore pensando che quella, in modo naturale, sarebbe stata la mia strada. Il percorso universitario e i successivi tentativi d’impiego ad esso legati (ho insegnato di segno e storia dell’arte in una scuola per orafi, e ho fatto il restauratore di pitture murali per un periodo) rappresentano una “parentesi”. Ciò che mi ha convinto a tornare al mio sogno originario è stata la frustrante precarietà dei lavori che mi si proponevano: precarietà per precarietà, scarsi guadagni per scarsi guadagni, allora meglio rischiare e soffrire per qualcosa che davvero mi appassioni».

Come hai imparato a lavorare la ceramica?
«Come spesso avviene in questi casi: casualmente. Con un’amica decidemmo, per semplice diletto, di frequentare un corso serale di ceramica nel 2005. Ho conosciuto poi alcuni ceramisti che mi hanno dato molti consigli, ma il grosso l’ho fatto da autodidatta, leggendo libri e sperimentando continuamente».

In che modo hai avviato il tuo laboratorio?
«Ho iniziato piano piano, a piccoli passi. Mentre imparavo, acquistavo materiali e attrezzature per lo più usate. Poi ho provato a fare qualche mostra e mercato per vedere se gli oggetti che realizzavo potessero piacere. Così, quando ho deciso di aprire il laboratorio, avevo già buona parte delle attrezzature che mi servivano. Mantenendo insomma dei lavori di appoggio, non sono stato costretto a fare un grosso investimento in un’unica volta».

Pensi sia una scelta consigliabile per tutti gli artigiani?
«La mia scelta non può essere valida per qualsiasi attività artigianale: io ho iniziato realizzando esclusivamente pezzi unici fatti a mano, sculture sostanzialmente, e per far questo mi bastava un po’ di spazio, un po’ d’argilla e un piccolo forno elettrico. Chiaro che se invece avessi voluto fare, ad esempio, rivestimenti o sanitari, avrei avuto bisogno di molta attrezzatura e disponibile da subito, nel qual caso ecco la necessità di un prestito. Per quanto riguarda i bandi invece, mi sento in dovere di dire che richiedono molta attenzione: congegnati in modo del tutto astratto, non certo da persone che abbiano svolto direttamente attività artigianali, essi possono talvolta rappresentare un ottimo metodo per fare debiti».

Che prodotti realizzi?
«Ho iniziato con la scultura che resta ad oggi la parte più cospicua della mia produzione. Col progressivo affinamento delle conoscenze tecniche, ho iniziato a produrre anche ceramica d’uso (teiere, vasi…) e ceramica applicata ai complementi d’arredo. Ultimamente ho iniziato ad utilizzare la ceramica nella decorazione murale, sia per la decorazione d’interni che, tanto per fare un esempio pratico, nella realizzazione di insegne per le attività commerciali. In ogni caso, che si tratti di una scultura o di una teiera, eseguo solo pezzi unici, spesso su richiesta del cliente».

In che modo le vendi?
«Le sculture vengono vendute per lo più attraverso le gallerie e il cliente tipo è la coppia di mezza età che, raggiunta una certa stabilità economica, desidera abbellire la propria casa. I giovani invece sono il cliente tipo per le teiere, piccoli pannelli decorativi, lampade e oggetti d’uso in genere, spesso con dediche o raffigurazioni personalizzate, in occasione di regali di matrimonio o di laurea».luca canavicchio ceramica

Quello di ceramista è il tuo mestiere principale?
«Sì, anche se saltuariamente svolgo anche l’attività di correttore di bozze per testi di storia dell’arte come lavoro di supporto».

Riesci a sfruttare la tua laurea?
«Non vi è nel mio lavoro d’artigiano una applicazione immediatamente visibile delle competenze acquisite durante gli studi universitari eppure, operando nel campo del cosiddetto artigianato artistico, credo che esse giochino un ruolo importante. Credo in particolare che la formazione universitaria abbia contribuito in modo fondamentale nella formazione del gusto, fungendo da guida nell’orientamento della ricerca estetica. Se l’Istituto d’Arte (che ho avuto la fortuna di frequentare quando ancora esisteva e aveva carattere di scuola professionale) mi ha fornito la base pratica, l’università mi ha dato quella teorica. Peccato comunque che in Italia non esistano scuole capaci di coniugare i due mondi».

Utilizzi i canali digitali per promuoverti?
«Non trovo utile un sito web perché gli oggetti che creo possono essere apprezzati essenzialmente tramite un contatto diretto. Trovo invece molto utili i social network: frequentare blog o far parte di gruppi di persone che svolgono lavori simili al mio è un ottimo modo per venire a conoscenza di mostre, eventi, mercati, fiere, concorsi ma anche aziende fornitrici di materiali e attrezzature, corsi di formazione, scambi di tecniche ecc».

L’artigianato oggi è un ripiego o un valore da riscoprire?
«Nessuna delle due. Imparare un mestiere (che tu faccia l’idraulico o lo scultore, il sarto o il pittore) richiede tempo e impegno; aprire e mantenere un’impresa artigiana ha costi elevati (tra tasse, materiali e tutto il resto); la burocrazia è sfiancante; il lavoro è faticoso e assorbe quasi per intero la tua vita. Molto difficile scegliere di fare l’artigiano “per ripiego”. Non ritengo nemmeno che l’artigianato sia un valore da riscoprire: è piuttosto un modo di concepire il lavoro e la produzione che presto tornerà ad essere semplicemente necessario».

Spiegaci meglio…
«Buona parte della produzione e del lavoro così come sono organizzati oggi è insostenibile e, a volte, anche insensata. L’artigianato oggi non è un mezzo per attuare un qualche romantico rifiuto del progresso scientifico e tecnologico, né un utopico ritorno ad una mitica età dell’oro. L’artigianato è qualcosa che può trovare il suo giusto e conveniente posto nell’economia e nella società in organico concorso con la ricerca scientifica e tecnologica: ciò che va fatto con le macchine si fa con le macchine; ciò che è meglio fare a mano si fa a mano. Ma in entrambe i casi serve la testa».

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