“Come sto innovando il calzaturificio di mio padre”. Dopo la laurea in Economia, tra manualità, nuovi processi e la Rete per farsi conoscere

fausto ripani
Avrebbe potuto scegliere di lavorare in banca o in una multinazionale. Avviare una start up o cercare un impiego all’estero. E invece Andrea Ripani, 29enne di Montegranaro (Fermo), dopo la laurea magistrale in Economia e Management all’Università politecnica delle Marche di ad Ancona, ha deciso di fare il calzolaio, affiancando il padre nel calzaturificio Fausto Ripani (dal nome paterno) attiva dal 1978.
Andrea, quando hai deciso che la bottega sarebbe diventata la tua vita?
«Lavoro nella piccola calzoleria di mio padre dal giorno successivo alla mia laurea, il 10 febbraio 2010,perché ho sempre avuto a cuore la piccola azienda di famiglia e ho tanta passione che mi spinge».

Come hai imparato il mestiere?
«Ero andato a bottega nel periodo tra la fine della laurea triennale e l’inizio della specialistica presso due maestri calzolai qui a Montegranrao, Basilio Testella e Rinaldo D’Ignazio, dove ho imparato l’arte del cucire a mano le scarpe e una miriade di cose che esulano dall’aspetto calzaturiero, ma che porterò per sempre con me. Dopo la laurea magistrale, dal mio ingresso nel laboratorio di mio padre, ho appreso e sto apprendendo da lui il più possibile sfruttando la sua più che trentennale esperienza nella realizzazione di calzature di qualità. Il mio processo di arricchimento penso non finirà mai…».

Chi è il cliente vostro tipo e come si svolge la vostra giornata?
«Il cliente tipo è la persona distinta, di un certo livello sociale, checi tiene alla salute dei piedi e che comprando un nostro paio di scarpe sa di avere il massimo della qualità garantita a vita.
La nostra giornata inizia con un silenzio imbarazzante al mattino, in cui poche sono le parole tra noi di famiglia, concentrati ognuno nella propria mansione, e procede normalmente fino a sera cercando sempre di fare attenzione a quei particolari che ci contraddistinguono da molti anni ormai».

Quali sono i prodotti su cui puntate e che definite migliori della vostra produzione?
«La produzione del nostro calzaturificio è composta da molti modelli, principalmente di moda maschile. L’aspetto importante è dato dal processo di produzione delle scarpe. Noi realizziamo calzature secondo tre processi principali. Il primo si chiama Goodyear ed è cucito e montato a mano su forma con puntali e contrafforti in cuoio. Il secondo metodo si chiama Norvegese, anche questo sempre cucito e montato a mano con puntali e contrafforti in cuoio. Il terzo processo si chiama Blak/Rapid e presuppone una lavorazione manuale della scarpa, ma le cuciture sono eseguite a macchina. Ovviamente i materiali sono gli stessi e tutti di massima qualità per tutti i processi. A livello di confort e comodità i primi due processi garantiscono una calzatura eterna nella durata e posso tranquillamente affermare che sono questi i prodotti migliori della nostra produzione, senza alcun dubbio. Da poco tempo inoltre ho inventato anche un tipo di lavorazione tipica del processo Goodyear sempre cucito a mano, che rende la scarpa pieghevole come un guanto, super flessibile».

In che modo, grazie alla tua laurea, stai innovando e rinnovando l’attività artigiana di tuo padre?fausto ripani
«Penso che la laurea si un valore aggiunto per la vita intesa a 360 gradi. Detto ciò, sicuramente lo è stato anche per il mestiere che ho scelto per me. È d’obbligo dire che gran parte del proprio bagaglio teorico si incamera anche lavorando. L’aspetto che nelle piccole e piccolissime imprese va curato, se non creato da zero, è quello commerciale».

In che senso?
«Queste aziende tendono a restare nell’ombra delle proprie mura per mille ragioni, mentre farsi conoscere al pubblico e ai buyers di tutto il mondo penso sia una sfida che valga la pena accettare. In questo senso, penso, bisogna aguzzare l’ingegno e far sì che il proprio percorso di studi sia orientato. Ad esempio, quando sono entrato in azienda, ormai 4 anni fa, non avevamo un sito web, non avevamo una pagina Facebook. Oggi possiamo dire che un passo avanti l’abbiamo fatto».

Sfrutti il digitale o altri canali per promuovere l’attività?
«Sono convinto che, ad oggi, sfruttare il digitale sia importante, soprattutto per le piccolissime aziende come quella in cui lavoro, che fanno prodotti di ottima qualità e non sono conosciute da nessuno. Quindi riallacciandomi alla risposta precedente cerco di rendere più visibile il nostro prodotto sui principali social network. Spesso valuto anche proposte di promozione tramite radioemittenti o pacchetti completi radio-televisivi. Il problema della piccola impresa, secondo me, è l’ingente investimento che tali politiche necessitano, inglobate in una campagna mirata all’obiettivo da raggiungere».

In che direzione oggi deve muoversi l’artigianato per poter sopravvivere?
«Secondo la mia modesta opinione, sono due le direzioni. In primis, lo sviluppo del proprio prodotto, sempre più di qualità, sempre più rispondente a quelle che sono le esigenze del cliente. Secondo punto: le politiche di promozione del prodotto per renderlo il più possibile conosciuto nel pianeta. Questo non è così semplice come si può credere».

Dove ti vedi in futuro?
«Mi piacerebbe allargare un po’ gli orizzonti e cercare di sviluppare questa attività creata con tanta passione e con tanto duro lavoro dalla mia famiglia, che, per prima, merita un maggiore riconoscimento. Questo, consapevolmente, necessiterà di altrettanto impegno».

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