Un’orafa con la forma mentis universitaria. Quando cultura, design e tradizione manuale si fondono

Sara Progressi

Anelli, orecchini, spille, fedi nuziali. Sara Progressi col metallo realizza emozioni, sorprese e ricordi indelebili e dà forma a una passione che coltiva da sempre. Trentenne milanese, Sara è laureata in Product Design all’Accademia di Belle Arti e ora è orafa a Uroburo, una cooperativa sociale esistente dal 2000/2001. Una scelta non comune, che a differenza di molti laureati in Product Design che scelgono inserirsi in azienda come stilisti e designer e realizzare progetti, l’ha portata a svolgere un mestiere artigiano.
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Sara, come si svolge il tuo lavoro?
«Solitamente fisso un’idea con delle bozze e poi quando sono al banco realizzo un modellino di carta per verificare gli spessori e l’armonia del prodotto, e quindi faccio una verifica con dei campioni di metallo perché non tutte le forme possono essere create artigianalmente in modo immediato, magari servono tecniche ulteriori di lavorazione».

Come mai hai scelto un mestiere manuale come questo?
«Per motivi personali e pratici. Tra quelli pratici, penso che il mondo artigianato possa crescere ancora molto in Italia, patria del settore del gioiello, che è un prodotto noto per essere eccellenza mondiale. Il motivo personale è legato al fatto che amo il contatto con la materia, la possibilità di verificare subito le mie idee formali, stilistiche, e di conoscere come si comportano i materiali. E poi mi piaceva molto l’idea di proporre forme nuove e ricercate».

E in che modo ti sei avvicinata all’oreficeria?
«Dopo la laurea ho seguito corsi per circa 2 anni, prima generici a Uroburo in Nuova Oreficeria con il maestro De Paoli, poi la Scuola Orafa Ambrosiana per perfezionare le tecniche. Quindi un altro contatto fondamentale è stato quello con l’Associazione Gioiello Contemporaneo, che accoglie sia artisti che artigiani che designer con la passione per l’oreficeria, e ha lo scopo di promuovere non solo il gioiello artigianale di design, ma tutto il lavoro che sta dietro a questa nicchia, con mostre, concorsi, accordi di promozione. Naturalmente ho ancora molto da imparare, anzi in realtà non si finisce mai…».

Come sei entrata nel mondo del lavoro?
«Con Uroburo collaboro dal 2007, prima per le fiere del commercio equo solidale, poi con un part time e quindi full time. Ma in precedenza avevo svolto lavori manuali anche nel settore dell’arredamento, realizzando complementi d’arredo per progetti concreti artigianali».

I tuoi studi universitari ti stanno tornando utili?
«Sicuramente sì, e pure molto, perché uno dei corsi che ho frequentato in Accademia era ideato da Ugo La Pietra, che ha fatto delle arti applicate la sua missione pedagogica. Ad ogni modo è all’Accademia che devo la mia capacità di avere, ora, un approccio al progetto e al design più tradizionale da abbinare poi all’artigianato, e una forma mentis che altrimenti non avrei. Di sicuro, con alle spalle un liceo scientifico e non artistico, ho dovuto impegnarmi molto nel disegno, durante i 5 anni di Accademia. E d’altra parte, non è in università che ho imparato il mestiere, però il percorso che va dal concept al prodotto finito questo sì».

La situazione per il mestiere orafo, invece, oggi com’è?
«C’è tanto da fare, ma è difficile. La crisi la conosciamo tutti: oggi aprire una propria attività è complicato per i costi e i pochi finanziamenti. Gli artigiani faticano a resistere sul mercato per via di una sana concorrenza, tuttavia si è livellato il senso della differenza nel pubblico, e sono pochi i clienti che riescono a cogliere il valore del prodotto artigianale e ciò che c’è dietro, la sua ricerca estetica. Si è perso il gusto dell’imperfetto, che non significa che qualcosa è fatto male, ma che possiede un dettaglio o un micro segno che solo noi artigiani vediamo, come la mano di chi l’ha fatto, che è ben visibile, a differenza dei prodotti realizzati a macchina che invece sono tutti identici».

Author: Elisa Di Battista

Giornalista, classe 1982, mi occupo di mondo del lavoro, giovani e artigianato.

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